Pietro Antonio Zorzi era un nobile Veneziano, scrittore e agronomo, autore del romanzo storico “Cecilia di Baone” (1829). Tra le sue opere troviamo un trattato sulla coltivazione della patata alla Giudecca. Il suo scritto, Della coltivazione dei pomi di terra, vuole dare una testimonianza di quanto fosse importante alla fine del settecento introdurre la coltivazione di questo ortaggio, soprattutto nelle annate di carestia, in quanto il pomo da terra non risente dell’inclemenza stagionale e non richiede molte spese di aratura, offrendo in cambio una buona resa unitaria. Tali suggerimenti restano generalmente inascoltati, dato che i contadini non desideravano provare la nuova coltura, temendo di perdere anche il poco guadagno che proveniente dai cereali. La situazione cambia sensibilmente con l’arrivo delle truppe austriache nella città lagunare, la cui predilezione per la patata stessa ne impone una relativa diffusione del prodotto. Durante il dominio napoleonico la coltivazione della patata quasi scompare per ricomparire solamente con il governo austriaco, dopo la pace di Campoformio. Anche l’opera dello Zorzi, pubblicata nel 1817, è in perfetta armonia con il dibattito dell’epoca. Egli stesso riassume in breve le istruzioni per la coltura e suggerisce i periodi migliori per la semina e il raccolto:
“[…] Si ara la terra in autunno, si vanga in primavera. Si piantano le patate a un piede e mezzo di distanza l’una dall’altra, a due dita sotto la superficie. Quando non oltrepassano la grossezza di un uovo, si piantano intere, le più grosse si tagliano a pezzi. Giunte a mezzo piede di altezza si sarchiano, e otto o dieci giorni dopo si rincalzano facendo la motta d’intorno la pianta, come si usa col sorgo turco. Dopo un mese, se vi ha molta erba cattiva, si rincalzano di nuovo aumentando la motta. Si raccolgono dalla metà di settembre a tutto ottobre. Si mettono in granajo o in cantina bene asciutte, tenendole distese, e poco alte per qualche tempo. Nel verno si conservano in gran mucchi, facendo alternativamente uno strato di paglia ed uno di pomi di terra. Gli ultimi di febbrajo si distendono ancora, ma in aprile bisogna averli consumati o piantati, perché germogliano. Amano terreno soleggiato, sciolto e ubertoso. L’umidità è il loro capitale nemico. […]”
La patata è comunque considerata come un surrogato del mais ed infatti trova maggior diffusione nelle zone montuose, dove la coltivazione del cereale è difficoltosa. Passata la carestia, torna ad avere un ruolo di secondaria importanza, essendo esclusa dalle rotazioni e relegata a crescere solo negli orti e nei frutteti, spesso impiegata come foraggio per gli animali. Soltanto nella seconda metà del secolo, lentamente, il tubero non sarà più considerato una prerogativa dei soldati tedeschi o cibo per il bestiame. Zorzi racconta, in maniera particolareggiata, tutte le fasi del suo esperimento, dalla scelta dei tuberi, alla spiegazione delle modalità di piantagione, per arrivare infine alla crescita e alla raccolta del prodotto. Il raccolto, valutato del quaranta per uno, viene collocato nel Monastero della Salute, e distribuito in ben ventiquattro stanze. Egli considera l’abbondante produzione imputabile alla fertilità del suolo e ipotizza che una diminuzione dei costi iniziali del prodotto, grazie alla sua diffusione, avrebbe consentito un ricavo finale maggiore. La coltivazione della patata, conclude Zorzi, è dunque un’ottima fonte di guadagno, aumentabile dal miglioramento delle condizioni in cui il prodotto potrebbe essere cresciuto, per essere utilizzato sia nell’alimentazione degli uomini che degli animali. Alla coltivazione della patata egli attribuisce un ulteriore merito: prevenire determinate malattie derivanti dalla dilagante carestia di quegli anni.

di Angela Ruzzante