Non soltanto in cucina, l’aceto è anche un prezioso elemento dell’arte
La biacca, uno dei pigmenti più tossici utilizzati nell’arte, veniva creata utilizzando l’acido acetico. Era diffusissima e la sua storia quasi ininterrotta ha inizio nell’antico Egitto per fermarsi intorno agli inizi del ventesimo secolo. La sua fortuna era dovuta a due fattori: alla facilità con cui si reperivano i materiali che la compongono, piombo e aceto e alle prestazioni: la speciale luminosità associata ad una sostanziosa coprenza, e alla facilità della sua stesura sopra qualsiasi supporto, come tela, legno, etc. Inoltre, era un colore stabile, non ingialliva e non si alterava nel tempo come il verderame, realizzato dal rame e l’acido acetico. In realtà l’elemento tossico era il piombo, ma senza l’aceto non avrebbe potuto dare origine ad una serie di trasformazioni chimiche per portare al pigmento. L’elemento tossico si sprigionava durante la preparazione. Sembra che il primo a parlarne sia stato tale Teofrasto di Eresos, un filosofo-botanico discepolo di Aristotele. La ricetta da lui descritta e poi ripetuta all’infinito nei secoli indicava un processo che partiva da lastre di piombo esposte a vapori di aceto, anidride carbonica, ossigeno e altri vapori ottenuti dal letame. Il metallo così corroso diveniva bianco e infine sbriciolato. Il pigmento ottenuto veniva poi mischiato a gomme, colle o olio per ottenere le varie tecniche artistiche. Nel 1657 il pittore olandese Johannes Vermeer, dipinge la lattaia, e sfrutta tutti i benefici della biacca per illuminare la stanza dalla finestra sulla sinistra, per far riflettere il cappello della donna, gli oggetti posti sopra il tavolo, e far emergere le parti tutto ciò che interessa la descrizione senza sfruttare colori scuri per dare contrasto.
La sua grandissima capacità tecnica emerge quando si osservano le pennellate che vengono modellate o rese più incisive per dare caratteristica una diversa interpretazione della luce. Da documenti è emerso che preparava un fondo di biacca prima di procedere a dipingere la scena, l’opposto invece faceva Caravaggio: creava un fondo scuro sulla tela e poi procedere con delle pennellate a velatura per dare sempre più risalto alle figure illuminate. L’impressione è che sembrava utilizzasse degli spot, come negli atelier fotografici per dare un’illuminazione a 45 gradi. Così si poteva permettere di modellare incarnati, e far riflettere armature, come un secolo prima faceva, con una qualità tecnica senza pari, Giorgione da Castelfranco. Anche Francisco Goya era un entusiasta utilizzatore della biacca! La sfruttava per dare tridimensionalità alle sue figure, si asciugava velocemente, e gli permetteva di giocare con la profondità. Studi recenti associano con certezza i suoi problemi di salute all’esposizione al piombo che componeva il pigmento. Già gli alchimisti associavano il piombo al dio Saturno, e pensavano che l’avvelenamento portasse alla melanconia, un disagio psichico che porta ad una condizione di tristezza ed esaltazione di cui soffrivano molti artisti che facevano uso della biacca nelle loro opere. Sembra che Goya fosse affetto da vertigini, disturbi visivi e fosse divenuto sordo appunto per l’intossicazione da piombo.
di Cristina Mocci
