Quando, nel 1801, Thomas Jefferson fu eletto terzo presidente degli Stati Uniti d’America, si era già guadagnato la fama come governatore della Virginia durante la Guerra di indipendenza contro la Gran Bretagna (1779-1781). Era un deciso sostenitore di una politica di isolamento dall’Europa e, da buon proprietario terriero, propugnatore di un’economia a base agraria. Dal 1785 al 1789 -proprio a ridosso della Rivoluzione Francese – fu ambasciatore e ministro plenipotenziario del governo americano presso la corte di Versailles. Tornato in patria, fu nominato da Washington Segretario di Stato (Ministro degli Esteri) e nel 1796 John Adams lo volle suo vicepresidente. Fu uomo di saldi principi, di chiara onestà intellettuale e talmente sostenitore dell’uguaglianza da scrivere di suo pugno nel preambolo della Dichiarazione di Indipendenza americana: “…tutti gli uomini sono stati creati uguali e posseggono diritti inalienabili quali la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità”. Se uno vuole togliersi lo sfizio di scartabellare tra le pieghe della sua lunga vita (83 anni), può imbattersi in alcune circostanze che sembrano fare a pugni con l’immagine di un Padre Fondatore della Nazione: nella sua vita arrivò a possedere 600 schiavi e praticò sia lo spionaggio industriale che il contrabbando. Va detto che la pratica della schiavitù fino al 1804 era legale negli stati del Nord e furono schiavisti anche altri presidenti come Washington (comprò il primo a undici anni…), Jackson, Madison e Monroe. Il contrabbando invece e più ancora lo spionaggio, sono da sempre considerati reati gravi e come tali punito. Nel XVII e il XVII sec. l’Inghilterra condannava a morte sia le spie che i contrabbandieri di tè, tabacco e alcool mentre in Francia e Spagna poteva salire sul patibolo anche chi non pagava i dazi sul sale. Nel Regno di Sardegna – che comprendeva anche il Piemonte – i contrabbandieri non venivano certo giustiziati ma incorrevano sempre in pene severe che andavano dal carcere alle punizioni corporali, fino ai lavori forzati nei cantieri statali. Tra i reati più perseguiti vi era il contrabbando di riso vercellese (su cui gravavano sostanziosi dazi d’esportazione) e l’esportazione dei suoi semi verso gli stati confinanti (Francia e Lombardia austriaca). Nel 1787, Thomas Jefferson, allora ambasciatore a Parigi, fece un viaggio in Piemonte per approfondire la sua conoscenza dell’agricoltura italiana e magari per innovare quella della sua giovane nazione. Lui era figlio di contadini, conosceva il punto esatto di maturazione dei cereali e il grado di umidità richiesto dal fieno; aveva apprezzato gli spaghetti di grano duro e fece il diavolo a quattro per portarsi a casa un torchio da pasta avvolto in un lenzuolo. Ma ciò che più lo interessava era il riso “Fantasia” una varietà piemontese non standardizzata, dal chicco a grana corta, non particolarmente grosso e di colore irregolare. Non era ancora un riso “da risotto” perché fino alla fine del‘700 l’unica tecnica di cottura utilizzata era la bollitura dei risi in acqua o brodo ma Jefferson si era convinto che il riso piemontese potesse contribuire a migliorare la scarsa qualità delle risaie di Virginia e South Carolina. Travestito da comune turista visitò molti impianti prendendo meticolosamente appunti sulle tecniche di irrigazione, raccolta e lavorazione. Riuscì anche a corrompere un guardiano e a farsi passare sottobanco qualche sacchetto di “risone”, il riso appena raccolto, grezzo, non lavorato, che contiene l’embrione della pianta e che può essere seminato in risaia. Con quei chicchi di cui era vietatissimo il possesso, come egli stesso scrive in una lettera, si riempì le tasche e farcì le fodere dei suoi cappotti per portarseli in Virginia e Georgia, dove si coltivavano varietà meno redditizie. Con buona pace di Thomas Jefferson, quel suo rischioso atto di spionaggio agricolo ebbe un impatto quasi nullo sulla filiera americana del riso. Contro il riso piemontese, remavano oltreoceano sia il clima caldo e secco del Sud-est sia la mancanza di canali e infrastrutture necessarie ad allagare le risaie per la semina; bisognava anche fare i conti con malattie e parassiti sconosciuti in Europa ma comuni nel Nuovo Mondo, per non dire dei gusti del consumatore medio americano che al riso piemontese a grana corta, ricco di quell’amilopectina che conferisce cremosità e finezza, preferivano, e preferiscono ancora, varietà a grana lunga e sottile (Carolina o Carolina Gold) che rilasciano poco amido e che una volta cotti restano sgranati. Dopo tutto questo sbattersi per il riso piemontese, a Thomas Jefferson, un po’ per ragioni anagrafiche e un po’ per mancanza di materia prima, non ebbe mai la soddisfazione di sentir pronunciare la parola “risotto” con cui definiamo quel monumento della gastronomia piemontese e lombardo-veneta la cui cottura avviene per assorbimento e non per lessatura. La prima ricetta di un riso soffritto in burro e bagnato con brodo (“Minestra di riso e lente”) compare timidamente solo nel 1779 ne “Il Cuoco Maceratese” di Antonio Nebbia; ma in quell’anno Jefferson era impegnato nella Guerra d’Indipendenza e il riso era l’ultimo dei suoi pensieri. Nel 1809 il presidente finì il suo secondo mandato e si ritirò nella sua tenuta di Monticello (in Virginia) per dedicarsi all’agricoltura e alla sua passione per l’architettura, lo studio e la lettura. Non risulta che qualche amico italiano – ne aveva parecchi, tra cui un tale Filippo Mazzei, fiorentino – gli portasse una copia de “Il Cuoco Moderno”, pubblicato quell’anno a Milano e nel quale poteva leggere la ricetta di un “Riso Giallo in padella”; certo non avrebbe letto la parola “risotto” ma era in tutto e per tutto un Risotto alla Milanese, completo di burro, “cervellata”, cipolla, midollo di bue e zafferano. Il primo a battezzarlo “risotto” fu il cuoco meneghino Felice Luraschi, autore del “Nuovo Cuoco Milanese Moderno” datato 1829 e da allora fu per tutti il “Risotto giallo alla milanese”… salvo che per Jefferson che lasciò orfana l’America nel ’26…

di Sergio G. Grasso