Le patatine fritte piacciono a tutti i bambini del mondo, da Sidney a New York, da Tokyo a Helsinki. Che siano chips o frites o french fries poco importa. In una vasta area del pianeta è il riso il primo attore, ma posso testimoniare che non molto tempo fa, in un McDonald’s di Pechino, i piccoli clienti non accompagnavano i loro hamburger con il riso. Stanno cambiando molte cose, è la globalizzazione, si sa.
Trascorro ogni estate un mese di relax in un piccola località del litorale veneziano e proprio sotto casa c’è una pizzeria-ristorante. Alla sera arrivano grosse auto con targa tedesca; mamma e papà ordinano pizza o spaghetti, mentre per i marmocchi viene chiesto un vassoio di patatine fritte, null’altro. Quelle kartoffeln, da infilzare con uno stecchino anziché con la forchetta, sono graditissimo piatto unico; la cena è servita, senza troppo impegno per il portafogli. Mio nipote, otto anni, mangia solo un tipo di pizza, si chiama “Patatosa”, in pratica una “Margherita” sommersa di patate fritte. Lui assicura che non c’è nulla di meglio. Questi sono esempi di un mondo moderno ed un poco consumista, ma il caro tubero può raccontare anche storie ben diverse. Solo tornando indietro di un paio di generazioni ecco il tempo in cui una patata bollita era un festa, buccia compresa. Anche il dolce, se c’era, era sovente una patata, “americana” però. Il grande Vincent Van Gogh, nel suo dipinto “I mangiatori di patate” (1885) ha espresso l’importanza della patata ed il legame con la povera gente che dalla terra traeva la propria sopravvivenza. L’Onu ha dichiarato il 2004 “anno del riso” a significarne il ruolo nella lotta alla fame di una gran parte della popolazione del pianeta; il 2008 è stato invece dichiarato “anno della patata”, perché lei pure è protagonista nella stessa lotta. La fame non fa distinzione tra oriente e occidente del mondo.
di Renato Ganeo
