Che il turismo sia il modello di sviluppo economico sostenibile per antonomasia, non vi è dubbio: è un’industria che non consuma le proprie risorse, con scarse barriere all’ingresso (pensate ai giovani che possono ambire ad aprire un bar o un ristorantino in affitto), con pari opportunità uomo/donna,  multicentrica e no global al punto che le tipicità sono un valore aggiunto anziché un limite, e al punto che due località turistiche vicine, anziché farsi concorrenza, aumentano vicendevolmente il loro appeal (pensate la città d’arte di Verona con il lago di Garda, Venezia con il turismo balneare, Assisi con Gubbio e le vicine città storiche, il giro dei castelli della Val d’Aosta, le cittadine costiere della Puglia, ecc…). Ma è anche un’industria che si prende cura del nostro patrimonio artistico, che rispetta e valorizza i siti naturalistici, e, si può dire, non solo non consuma le proprie risorse, ma addirittura tende a precostituirle creando quei contesti, corrispondendo a quei fabbisogni e generando quelle emozioni che potranno essere i fattori di appeal per garantire lo sviluppo futuro. In questa primavera, dopo generazioni di politici inerti, sono stati istituiti per legge i distretti turistici nelle zone costiere, ed è stata approvata l’istituzione del diritto di superficie sulle spiagge. Buone o cattive che siano queste misure, comunque, in un’epoca in cui l’immobiliare ha perso la sua funzione di traino delle economie occidentali, il turismo può costituire un’ancora di salvezza: come committente dello stesso settore immobiliare, o come soccorritore del Pil e della bilancia dei pagamenti. Cito la bilancia dei pagamenti perché da qualche anno i più illustri economisti hanno giustamente svilito l’importanza del Pil come indicatore della ricchezza di un popolo (pensate ai posti socialmente utili che generano Pil, ma alla fine sono pagati con i soldi che l’esattore prende dalle tasche dei cittadini)  ma soprattutto perché uno Stato che non ha modo di far entrare della valuta con esportazioni o turismo non può rifornirsi dall’estero di alcun prodotto di importazione, energie e materie prime in primis. Forse per la prima volta l’Italia è in prima fila nella possibilità di supplire alle defaillance del settore immobiliare perché le potenzialità del turismo non le sono avverse. Accanto al turismo vi è poi un’altra eccellenza, quella delle attrezzature alberghiere, emblema del made in Italy. Ho in mente ciò che si sta facendo in Industria 2015 e ciò che l’Ice ha speso nel proporre il made in Italy nel mondo. Grandi cucine, macchine professionali per la ristorazione, macchine da caffè, macchine del gelato, attrezzature per pizzerie e il comparto del freddo industriale e professionale, sono un settore che esporta il 60, 70, talvolta 80% della produzione con altrettanto beneficio alla bilancia dei pagamenti. E le grandi fiere mondiali del settore della ristorazione e della pasticceria, sono in Italia. Il tutto senza contributi alla rottamazione, che questo settore non ha mai visto. E l’attenzione alle attrezzature porta più benefici di un pannello fotovoltaico, perché un’attrezzatura che consuma metà non fa green economy, fa blue economy (altro quesito toccato dai più illuminati economisti è appunto questo: meglio produrre energie rinnovabili o forse non è meglio, prima ancora risparmiare le energie, favorendo materiali più riciclabili, evitando gli sprechi dei processi produttivi?). A differenza del pannello fotovoltaico, le attrezzature non imbrattano i tetti dei centri storici, non tolgono terreni alle coltivazioni, non pongono problemi di smaltimento a fine ciclo di vita (la normativa Raee è già a regime), e fanno risparmiare sempre, anche quando manca il sole.

di Nereo Marzaro