Accade spesso, e la cosa mi inquieta, che accingendomi a scrivere un articolo o una breve nota, la mente corra da sola a cercare più nel magazzino dei ricordi che in quello delle idee. Ne deduco che il primo sia più capiente del secondo, anzi, toccando scaramanticamente ciò che c’è da toccare, temo sia perchè il primo contiene già i tre quarti dell’esperienza e dei ricordi di una vita. Castagne e nocciole hanno cittadinanza piena nei miei anni passati, protagoniste di momenti felici, quando la sola frutta esotica che conoscevo era la banana, che il bambino di famiglia benestante si portava a scuola per merenda; per gli altri, quando andava bene, una mela. Era l’Italia del dopoguerra, poi trasformatasi nell’Italia del “boom”. Castagne e nocciole hanno sempre avuto, io credo, un’anima sociale, quasi (senza intento politico) collettiva. Erano gli ingredienti fondamentali di allegri momenti comuni all’Oratorio, con la squadretta di pallone, nella gita sul Monte Grappa, fino all’attesa dell’anno nuovo, a casa di quello che “aveva più posto”, cioè una stanza e un tavolo grande abbastanza per tutti. Altro ingrediente, in età adeguata, era il vino, di varia origine e tipologia, poiché ognuno portava il proprio contributo: bottiglie assortite, dalle etichette fatte in casa, incollate una ad una e con scritto a penna “Merlò”, “Tocai”, “Caberne”, di certo contava più la bontà del contenuto che la precisione linguistica. Castagne e nocciole, anche ora, si mettono al centro della tavola, si condividono, creano gruppo, alimentano amicizia, forse di
più, ed ecco nella mia mente il dottor Zivago, insieme alla dolcissima Lara, con il cartoccio di caldarroste, in una Mosca notturna, innevata, magica e prerivoluzionaria. Le castagne quasi come Cupido, galeotte forse quanto quel libro per Paolo e Francesca. C’era poi la farina di castagne, il castagnaccio, dove si tuffava il bastoncino di liquirizia succhiato, per tornare a succhiarlo. Che ci sia ancora? Anche quel grande della letteratura per l’infanzia che fu Gianni Rodari ha avuto un pensiero per loro: “Un signore di Scandicci, buttava le castagne e mangiava i ricci…”; mia figlia, tornando dall’asilo recitava la filastrocca, regalandomi il suo miglior sorriso. E poi i modi di dire, che sono il nostro parlare quotidiano, “Togliere le castagne dal fuoco”, cioè uscire da una situazione grave o rischiosa, oppure “Prendere in castagna”, ovvero cogliere sul fatto; segni di quanto un frutto naturale, semplice sia vicino a noi. Solo ora mi accorgo di avere inconsciamente dato, in questa nota, maggiore spazio alla castagna rispetto alla nocciola, ma forse quest’ultima ne ha meno bisogno. La sapienza imprenditoriale l’ha trasformata e resa famosa nel mondo, vera icona del Made in Italy. La Nutella, chi altri?
di Renato Ganeo
