Come mai lo si paragona al Viagra questo frutto che, sulla pianta, fa venire in mente la ghianda?
Perché anche alla nocciola vennero, dai nostri antenati, attribuiti valori e funzioni tutti da dimostrare: si riteneva fosse simbolo di fertilità. Gli antichi guaritori la somministravano come rimedio contro la sterilità, tanto dell’uomo come della donna…
In verità questa pratica non era priva di un reale fondamento: la nocciola secca ha un alto valore nutritivo (praticamente 700 calorie ogni 100 grammi, come il burro) ed energetico, ed è ricca di sali minerali, di acido linoleico, molto simile all’olio extravergine di oliva, quello che previene l’invecchiamento dei tessuti.
Certamente il nocciolo, albero dimesso e generoso di frutti, non può vantare, in letteratura o nelle arti, la fama dell’alloro, della quercia, della rosa, del frumento, ma ha, comunque, il suo riscontro storico ed artistico, a dimostrazione dell’antica presenza di nocciole in Campania (Giffoni, nel Salernitano, è terra di grande coltivazione della “tonda”). A Pompei ed a Ercolano, in particolare nella “Casa dei Cervi” il dipinto parietale mostra bellissime piante di nocciolo. E a Napoli sono conservate, nel Museo Nazionale, nocciole carbonizzate dall’eruzione del Vesuvio.
Donde venga e come si sia diffusa non ci è dato di sapere: si sono trovati pollini fossili che risalgono al Quaternario (cioè a circa 2 milioni di anni fa) e si sa, per certo, che le diverse tipologie di nocciole sono avvenute in maniera spontanea, senza l’intervento dell’uomo, solo come frutto di un graduale adattamento della pianta alle condizioni morfologiche e climatiche del terreno. Non richiede neppure molte cure: a parte una normale concimazione la potatura può avvenire ogni 3 o 4 anni!.
Vi sono, in Italia, zone che sono deputate alla produzione di nocciole (il nome esatto è “corilicoltura”) di grande bontà: il Piemonte, nella provincia di Cuneo, nelle Langhe, ove sono coltivati 7000 ettari, la cui nocciola è IGP e vi è un Consorzio di tutela del prodotto, la Campania ove vi si produce la “tonda di Giffoni” caratteristica per la orma tondeggiante e la grande “pelabilità”, molto utile in pasticceria. Sono oltre 3000 gli ettari a noccioleto nella provincia di Salerno ed il frutto ha tale validità gastronomica da “spuntare” prezzi superiori del 15/20% del normale prezzo di mercato.
La produzione, in generale, è quasi interamente assorbita dall’industria dolciaria ove l’utilizzo è strettamente legato alle tipicità del territorio.
Certamente fra nocciola e cioccolato vi è un matrimonio d’amore: come si può pensare ad un Bacio Perugina senza l’incontro con la nocciola? Ed il gianduja potrebbe essere così armonioso in bocca se non avesse questa stupenda “pasta” di fondente morbido con latte, zucchero e vaniglia e le nocciole? E le stecche di cioccolata che sono punteggiate da queste bianche palline tostate?
Ve l’immaginate torroni, croccanti, praline, ripieni di cioccolatini, confetti, caramelle nougatine, dolcetti caramellati senza nocciole?
Avete presente quella stupenda pasta di nocciole che viene usata per farcire frutta secca come prugne, datteri, fichi, se non vi fossero le nocciole? Infiniti sono i dolci che hanno pasta di nocciole come componente di base, specie nei dolci del Meridione, ma anche da noi la nocciola è alla base di pasticceria secca, dai “rametti” siciliani ad alcune torte della serie “sbrisolona”.
Il fascismo reclamò il cambio di nome di un dolcetto di Chivasso: il “Nuasèt”. Sono piccole palline dolci a base di nocciola, inventate da un pasticciere, Giovanni Podio, che li presentò all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Ottenuto il brevetto, col relativo marchio di fabbrica, il pasticciere divenne “Fornitore della Real Casa” perché Vittorio Emanuele III di Savoia (Re “sciaboletta” come era chiamato data la sua modesta altezza) ne era ghiotto.
Con l’avvento del Fascismo e la messa al bando delle parole straniere i nuasèt divennero “Nocciolini”. Sono dolci di una semplicità francescana: zucchero e albume montati e nocciole tritate. Se ne fa un impasto “colante” e si stendono le piccole gocce di composto su carta paglia. La si fa asciugare per qualche tempo prima di infornarli e cuocerli.
Ma l’espressione più alta dell’utilizzo della nocciola è, senza dubbio, la Nutella.
“Che mondo sarebbe, senza la Nutella?” si domandano in pubblicità e c’è del vero. Nacque come sostitutivo del formaggio, dei pomodori, delle povere cose che operai, muratori, carpentieri, contadini mettevano nel panino per il pranzo del mezzogiorno, negli anni immediatamente seguenti la Seconda guerra Mondiale, quando la fame non era stata ancora completamente scacciata.
I Ferrero produssero, alla fine degli anni ’40, la “Supercrema” un panetto che si tagliava con il coltello, una specie dei gianduiotto che veniva venduto a fette e che aveva poca cioccolata, allora molto costosa, sostituita con questa “pasta” vegetale fatta con le nocciole. Divenne un successo che generò poi l’attuale Nutella, amata in tutto il mondo. Non fu estranea al suo successo anche l’idea, prima nel suo genere, di servirla in tazze, bicchieri, vasetti da collezionare o usare in cucina.
Fu una “via italiana” al cioccolato che ha seguito l’evoluzione del tempo anche in pubblicità: dalla fetta di pane con il coltello che spalma la Nutella ai caroselli degli anni ’60 in bianco e nero con Jo Condor ed il Gigante Buono per amico, mentre tutto il paese canta il ritornello “Gigante, pensaci tu…”, al “Che mondo sarebbe…” degli anni ’90. Ora è divenuta un prodotto che i nostri Campioni del Mondo di Calcio mangiano con regolarità, con il cuoco della Nazionale che ha scelto Nutella per un’alimentazione “giusta, completa ed equilibrata”.
Speriamo continuino a mangiarla e speriamo che Lippi, così aiutato, ce la faccia ancora, nei prossimi Mondiali…
di Alfredo Pelle
